Eccoci atterrate a Ouagadougou, capitale del Burkina Faso. In aeroporto ci aspettavano suor Léa, provinciale della Provincia africana delle Suore di Maria Consolatrice, e suor Christine, Superiora della Comunità di Zekounga e maestra delle novizie. L’accoglienza è stata immediata e concreta. Prima ancora delle parole, un gesto: le valigie avvolte con cura per proteggerle dalla polvere. Un’attenzione semplice, pratica, che dice molto del modo di prendersi cura.
Nei giorni precedenti, ancora in Italia, avevamo dovuto rimandare la partenza di una settimana: il visto tardava ad arrivare. Quando finalmente è giunto e abbiamo chiamato per dirlo, dall’altra parte c’è stata un’esultanza spontanea. Ci aspettavano davvero.
A darci il benvenuto sono state anche le novizie, con una danza e con l’offerta dello zoom-koom, una bevanda tipica a base di farina di miglio, acqua e zucchero. Offrirla è un segno di ospitalità profondo. Significa: siete attese, siete accolte. È stato uno dei primi gesti per entrare in relazione con questa terra.
Da subito ci siamo inserite nella comunità di Zekounga, dove vivono tre novizie e tre suore professe. La casa è circondata da un’alta cinta e da un cancello robusto. È una scelta necessaria, in un contesto segnato da una crescente insicurezza, dove la presenza di bande armate rende più complessi gli spostamenti e la vita quotidiana.
All’interno del perimetro, la vita segue un ritmo fatto di lavoro e cura. Il giardino della missione è una sorpresa: qui si trovano fiori, una vite coltivata al suo interno e anche piante di banane che regalano fedelmente i loro frutti.
Più distante, un fazzoletto di terreno che in passato era incolto oggi è coltivato a patate, fagiolini, pomodori, zucchine e mais. Un risultato ottenuto con pazienza, in una stagione segnata dalla siccità, anche grazie alla presenza di due pozzi: uno alimentato a pannelli solari che consente di assicurare sempre l’acqua alla comunità, l’altro che attinge dalla falda acquifera, che presenta problemi di continuità a causa del suo abbassamento durante la stagione secca.
Nel cortile, al centro della comunità, si trova un apatam, uno spazio fondamentale per la vita sociale del villaggio. Viene utilizzato quattro volte a settimana per accogliere bambini dai 3 ai 6 anni, sopperendo alla mancanza di una scuola materna locale, e spesso accoglie anche i fratellini più piccoli o i bambini più grandi non ancora scolarizzati. È un luogo di gioco, di prime esperienze educative, di presenza condivisa.
Sempre all’interno della cinta si estende un terreno ampio e arido. Oggi non è coltivabile, ma potrebbe diventare una risorsa importante per la popolazione locale. Per questo spazio esiste un progetto concreto: accedere a un percorso — per il quale ci siamo già rivolte a Coldiretti — che permetta di renderlo produttivo attraverso sistemi di irrigazione, materiali adeguati e formazione. L’obiettivo è sostenere le famiglie, creare opportunità di reddito e permettere la vendita dell’eccedenza nei mercati locali.
Ci attendono due settimane intense. Nei prossimi giorni incontreremo anche le comunità di Ligmware, Bobo Dioulasso e Kwentou, portando con noi i frutti della Campagna di Natale. Sono segni di un legame che continua nel tempo e che prende forma nella presenza.