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Burkina Faso 30 Gennaio 2026

La parola “paura” non resta l’ultima

Ascoltare chi vive un Paese dall’interno significa spostare il punto di vista: una testimonianza diretta, radicata nell’esperienza.

Ascoltare chi vive un Paese dall’interno significa spostare il punto di vista. Le cronache raccontano i fatti, ma raramente restituiscono la vita quotidiana, le sfumature, i passaggi lenti con cui una società cambia. Per questo, durante il nostro viaggio, abbiamo scelto di fermarci ad ascoltare suor Léa Kabré, che in Burkina Faso vive e opera da anni. Non un’analisi politica, ma una testimonianza diretta, radicata nell’esperienza.

Le sue parole nascono da una presenza continuativa nel Paese: dal 2013 al 2024 ha potuto osservare e attraversare i cambiamenti che hanno segnato la storia recente del Burkina Faso.

Il 2014 segna una svolta. Fino a quel momento, racconta, la vita scorreva con relativa tranquillità. Poi arrivano il sollevamento popolare, i cambiamenti di governo, l’instabilità politica e, soprattutto, la crescita della paura legata agli attentati terroristici. Luoghi conosciuti, frequentati quotidianamente, diventano improvvisamente spazi da evitare. La capitale stessa cambia volto.

Eppure, nel racconto di suor Léa, la parola paura non resta l’ultima. Con il tempo, e grazie — dice — alla fede, alla preghiera e all’impegno delle istituzioni e delle forze armate, la situazione inizia lentamente a migliorare. Tra il 2015 e il 2024 molte persone hanno vissuto con il timore di dover abbandonare le proprie case; oggi si intravedono segnali diversi. Non è una normalità piena, ma è un movimento di ritorno.

Anche alcuni indicatori economici raccontano un cambiamento. Il prezzo del mais, alimento di base, è diminuito in modo significativo rispetto agli anni precedenti. Un dato concreto che, per la popolazione, significa un accesso più semplice a un bene di prima necessità. È un segnale piccolo, ma percepibile nella vita quotidiana.

Sul fronte degli spostamenti, suor Léa ricorda come in certi periodi alcune zone fossero raggiungibili solo in aereo o del tutto inaccessibili. Oggi permangono aree difficili, ma altre sono tornate percorribili. La testimonianza di una consorella, che un anno prima aveva rischiato un rapimento e che oggi è potuta tornare nello stesso villaggio per una celebrazione, trovando la popolazione nella gioia, restituisce bene la dimensione di questa lenta riapertura.

Un altro aspetto che emerge dalle conversazioni riguarda l’orientamento politico ed economico del Paese. Le politiche attuali, osserva suor Léa, sono fortemente orientate verso la sovranità nazionale, lo sviluppo endogeno e il vivere insieme. Non si tratta di una chiusura alla cooperazione internazionale, ma di una selezione più consapevole dei partner, fondata sul rispetto della dignità e della libertà del popolo burkinabé.

Quando la conversazione tocca il tema più doloroso — gli attacchi terroristici e le loro conseguenze — il racconto si fa più personale. Nessuno è rimasto realmente indifferente. La sofferenza attraversa cristiani e musulmani, comunità diverse, famiglie costrette a lasciare le proprie case, storie segnate da perdite e sradicamenti.

Alla base di molte violenze, sottolinea, vi sono interessi economici più che motivazioni religiose. La religione o l’etnia diventano spesso strumenti di manipolazione, utilizzati per conquistare fiducia e poi limitarne la libertà.

Le parole di suor Léa non cercano di semplificare la realtà. Riconoscono il dolore ancora presente, ma custodiscono una speranza vigile, radicata nella fede e nella concretezza della vita quotidiana. Uno sguardo che non nega le difficoltà, ma rifiuta di lasciarsi definire solo da esse.

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